Lunedì 28 Maggio 2012

Recedere contratto telefonico: occhio alle penali mascherate

costi di disattivazione


Recedere da un contratto con operatori di telefonia, di reti televisive e di comunicazione elettronica,

è in teoria alquanto semplice, grazie ad un decreto del precedente governo, senza dover incorrere in ritardi o spese non giustificate: ma è davvero così? In realtà all'interno delle tariffe telefoniche possono nascondersi insidie ben camuffate.

In teoria, grazie al cosiddetto 'decreto Bersani-bis', un utente ha la possibilità di recedere da un contratto in qualsiasi momento, senza pagare alcuna penale, come accadeva invece in precedenza, e, dall'altro capo, senza che le spese per il recesso debbano essere 'giustificate' dall'operatore. In realtà su quest'ultimo punto vige una certa vaghezza, soprattutto per distinguere le spese giustificate da quelle non giustificate, e pertanto per gli utenti risulta ancora oggi difficoltoso cambiare operatore telefonico, recedere dai suddetti contratti o, semplicemente, ottenere le dovute informazioni.

I problemi maggiori sorgono nel momento in cui un utente decida di recedere definitivamente da un contratto di fornitura di linea ADSL o di telefonia fissa: non sono pochi, infatti, quegli utenti che, ai fini del recesso, si sono visti addebitare oltre cento euro come costi di disattivazione. Tuttavia, è possibile fare una breve disamina delle condizioni generali di contratto predisposte dai principali operatori.

Telecom Italia prevede che il cliente ha facoltà di recedere in qualsiasi momento dall'abbonamento dandone comunicazione scritta a Telecom, mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento, da inviarsi con almeno 15 giorni di anticipo rispetto alla data di decorrenza del recesso, indicata dal cliente stesso: qualora il cliente receda nel corso del primo anno di durata contrattuale, sarà tenuto a pagare un importo pari a 48 euro per la linea base, e di 60 per contratto ADSL.

Wind Infostrada prevede una penale più bassa, 40 euro, e il contratto stipulato con tale operatore non ha vincoli temporali di durata; per TELETU, l'utente ha la facoltà di recedere in ogni momento con preavviso di 30 giorni, pagando un import di 60 euro più IVA, che sono altri 15 euro, in caso di noleggio del modem. Il costo di disattivazione, in caso di recesso anticipato dal contratto con Tiscali, è pari a 50 euro, mentre ben più cara è Fastweb, che passa dai 49 euro di base fino a 217 per gli utenti che, oltre all'Adsl e alla linea voce, hanno attivato anche un'offerta tv.

E veniamo alle magagne: alcuni operatori, come testimoniato da un gran numero di utenti, sono portati a chiudere definitivamente il contratto proprio al trentesimo giorno, anziché ad esempio al decimo o quindicesimo. In questo modo, il consumatore è 'costretto' a pagare giorni in più. C'è poi la pratica dell'acquisto coatto: se il recesso dal contratto avviene entro il primo anno, l'utente è obbligato non già a restituire, bensì ad acquistare l'apparecchio noleggiato a cifre stabilite dall'operatore. L'analisi delle condizioni sin qui presentate può dunque far ritenere che i costi di disattivazione, nella prassi, si traducano in vere e proprie penali mascherate, che aggirano il decreto voluto dal legislatore.

Posto che spetta all'AGCOM il compito di vigilare sull'attuazione delle disposizioni del decreto, stabilendo ove necessario le modalità attuative e comminando le dovute sanzioni in caso di violazione, l'utente che intenda recedere da un contratto di telefonia fissa farebbe bene dunque a controllare ogni dettaglio del proprio contratto, prima ancora della stipulazione.

Giulio Ragni

30 novembre 2010


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