È mezzogiorno, il sole spacca le pietre e sul telefono compare quel numero ipnotico: zero. L’elettricità a prezzo zero. Poi arriva la bolletta, e l’incantesimo svanisce. Com’è possibile pagare di più mentre il mercato scivola a terra? Da qui parte un paradosso tutto italiano che riguarda bollette, incentivi e la struttura dei costi nascosti.
A molti è successo: app del PUN aperta, grafico piatto a metà giornata, sorriso automatico. Ci immaginiamo contatori felici e lavatrici libere. Poi l’email della bolletta è una secchiata gelata. Qualcosa non torna. La sensazione è che qualcuno si tenga il risparmio e a noi restino le briciole.
Prima di arrabbiarci, guardiamo dentro la bolletta. Non paghiamo solo la “merce energia”. Paghiamo rete, contatori, imposte e una voce poco amata: gli oneri di sistema. Dentro quegli oneri c’è il cuore del paradosso.
Perché la bolletta non cala quando il prezzo va a zero
Nelle ore centrali, soprattutto in primavera, il mix di fotovoltaico ed eolico spinge i prezzi all’ingrosso verso lo zero. È successo più volte nel 2024. Ma proprio quando il prezzo crolla, scatta un meccanismo controintuitivo. L’Autorità (la ARERA) lo ha scritto nero su bianco: i costi legati all’incentivazione delle fonti rinnovabili aumentano al diminuire dei prezzi di mercato.
Tradotto senza gergo: molti impianti rinnovabili storici ricevono una forma di prezzo “garantito” o un premio per ogni kWh prodotto. Se il mercato paga 0, il sistema deve coprire quasi tutto quel valore. Se il mercato paga 80, il sistema copre la differenza. In alcuni schemi più recenti c’è il conguaglio al contrario quando i prezzi volano; in molti impianti vecchi, no. Risultato: quando il PUN scende, la “fetta incentivi” tende a salire e finisce negli oneri (la componente oggi nota come ASOS). Parliamo di diversi miliardi l’anno complessivi. È qui che il risparmio si assottiglia in bolletta.
C’è di più. La rete non costa zero solo perché il sole è alto. Servono bilanciamento, riserva, capacità sempre pronta. Paghiamo anche quando i cavi sono vuoti: manutenzione, dispacciamento, il mercato della capacità. Tutte voci stabili che non si muovono all’istante come il prezzo all’ingrosso.
Facciamo un esempio semplice. Se a un impianto spetta, ipotizziamo, 110 €/MWh garantiti e il mercato in quell’ora sta a 0, la differenza (110) la copre il sistema. Se il prezzo è 80, la copertura scende a 30. Ecco perché, paradossalmente, “più il prezzo scende, più la collettività paga” quella specifica voce. Non è truffa, è architettura dei meccanismi varati anni fa per accelerare la transizione.
Come uscirne senza frenare la transizione
Rendere più simmetrici gli schemi: contratti per differenza che rimborsano il sistema quando i prezzi salgono, anche sugli impianti esistenti dove possibile e conveniente.
Spingere accumuli e flessibilità: batterie, pompe di calore intelligenti, ricarica EV diurna. Più assorbiamo nelle ore “a zero”, meno servono conguagli costosi.
Tariffe orarie più chiare e diffuse: portare in casa il segnale di prezzo reale, così il risparmio diventa concreto.
Riformare gradualmente gli oneri: separare ciò che è politica industriale da ciò che è servizio di rete, con criteri trasparenti e stabili.
Intanto possiamo fare piccole mosse “diurne”: lavatrice e boiler nelle ore solari, comunità energetiche dove possibile, contratti a fasce ben calibrati. Non rovesciano il tavolo, ma aiutano.
Resta quell’immagine: mezzogiorno, prezzo a zero, tetti lucenti. Vogliamo che quel sole cada anche sulla bolletta, non solo sui grafici. La domanda è semplice e scomoda: abbiamo il coraggio di aggiornare le regole con la stessa velocità con cui il vento cambia direzione?



