Matilde Lucidi, figlia di Bianca Balti, denuncia body shaming sui social: ‘Mi hanno detto che sembro malata’

Nel flusso veloce dei feed, una diciannovenne decide di fermarsi e parlare. Non per insegnare, ma per chiedere una cosa semplice: rispetto. Le sue parole scaldano e pungono, perché arrivano da un luogo che tutti conosciamo: il corpo, e come gli altri lo guardano.

Scorriamo, commentiamo, passiamo oltre. Sui social succede di tutto e quasi mai ci fermiamo a pensare all’effetto dei nostri commenti. Il bersaglio? Spesso l’aspetto fisico. Una pigrizia di linguaggio, una freccia tirata a caso. Qualcuno la prende.

Dati recenti su cyberbullismo e odio in rete mostrano che molti giovani subiscono offese legate al corpo. Le stime parlano di circa 1 su 3 nell’ultimo anno; tra le ragazze la quota sembra più alta. Numeri diversi a seconda delle indagini, ma il quadro è chiaro: il body shaming non è un incidente raro, è routine.

A ricordarcelo, oggi, è Matilde Lucidi, 19 anni, primogenita della modella Bianca Balti. Ha condiviso sui suoi profili uno spiacevole episodio. Non ha cercato scontro. Ha chiesto, con lucidità, di astenersi dai giudizi. Un invito asciutto, quasi educativo: prima di scrivere, contate fino a dieci.

Ha scelto di esporsi in prima persona. È un gesto non scontato, soprattutto quando il tuo volto è già esposto, quando ogni immagine viene letta come un comunicato. Matilde ha spostato il fuoco: non su di lei, ma sul meccanismo che colpisce tutti.

Quando i commenti fanno male

Il punto è arrivato a metà del suo racconto, con una frase che pesa. “Mi hanno detto che sembro malata.” Ecco la lama sottile. La magrezza letta come diagnosi, il corpo come referto da giudicare in pubblico. Oggi sei “troppo”, ieri eri “poco”: il circo dei contrari non si ferma mai.

Qui la cronaca incontra la salute. Chi si occupa di salute mentale ricorda che osservazioni sull’aspetto — anche se dette “per il tuo bene” — possono scatenare ansia, vergogna, condotte alimentari a rischio. Non serve un insulto esplicito: basta un “ti vedo sciupata” o “sei ingrassata, che succede?” per intaccare l’autostima. E l’odio online amplifica: uno screenshot, dieci reazioni, cento rilanci.

Dalle bacheche alla stanza di casa

La scena, a volerla immaginare, è semplice: telefono in mano, una foto, qualche luce sbagliata, un dettaglio che non piace a qualcuno. Poi arrivano i “consigli”, le diagnosi fai-da-te, le ironie. È successa a Matilde oggi; succede ogni giorno a chiunque pubblichi qualcosa. Il rimedio non è complicato, richiede allenamento: chiedersi se quel commento è utile, gentile o necessario; ricordare che lo schermo non toglie peso alle parole; praticare il silenzio quando non si ha nulla di buono da dire.

In Italia, i percorsi di educazione digitale stanno crescendo, ma restano a macchia di leopardo. Molte scuole lavorano sul linguaggio e sul consenso online; molte famiglie imparano strada facendo. Intanto, le piattaforme affinano strumenti di segnalazione e filtri ant’insulto, con risultati alterni. Non ci sono dati univoci sull’efficacia, ma una certezza c’è: la responsabilità individuale resta decisiva.

C’è anche un aspetto culturale. Abbiamo normalizzato l’idea che il corpo degli altri sia un tema di discussione pubblica. Lo facciamo con i personaggi noti, poi con gli amici, poi con noi stessi, davanti allo specchio. Spezzare la catena richiede parole nuove e abitudini diverse. Piccoli gesti, la pazienza di ripeterli.

Su eventuali reazioni della madre non ci sono conferme ufficiali al momento. Ed è quasi un bene che oggi la scena resti sulla ragazza che ha detto basta. Bastano due frasi e una richiesta chiara.

Il resto tocca a noi. La prossima volta che scorreremo una foto, potremmo provare a cambiare prospettiva: e se quel corpo fosse il nostro, in un giorno fragile? Forse la vera rivoluzione è un pensiero in più prima di premere “Invia”. Poi, il silenzio che protegge. E uno sguardo, finalmente, che non ferisce.