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Processo Cascina Spiotta: Sei anni di condanna per Lauro Azzolini, prescrizione per Curcio e Moretti

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Una cascina tra le colline, un nome che torna dopo mezzo secolo, voci che si sovrappongono: chi c’era, chi ha perso, chi ha ricordato in silenzio. A cinquant’anni da quel 5 giugno 1975, la storia di Cascina Spiotta entra di nuovo nelle aule e nelle case, con un verdetto che non suona come un punto, ma come una virgola pesante.

C’è chi, sentendo “Cascina Spiotta”, pensa subito all’Italia che si spaccava. Al rombo delle camionette sulle strade bianche dell’Alessandrino, al fiato corto di chi correva nei campi, al fruscio secco dei pioppi. Erano gli anni di piombo, quelli in cui le parole “sequestro” e “blitz” bucavano i telegiornali dell’ora di cena. Lì, il 5 giugno 1975, nel covo dove le Brigate Rosse tenevano l’imprenditore Vittorio Gancia, il tempo si fermò e ripartì in un’altra direzione.

Secondo le ricostruzioni giudiziarie, lo scontro fu rapido e feroce. Nel fuoco incrociato cadde l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. È un nome che torna nelle lapidi di paese e nelle cerimonie sobrie di caserma. Lo stesso giorno, quel blitz segnò anche la fine della latitanza per alcuni quadri dell’organizzazione e la morte di Mara Cagol, icona di una stagione spezzata. Da allora, tra faldoni, memorie e processi a singhiozzo, la ferita è rimasta aperta.

Quando la giustizia arriva tardi, cambia il suo suono. Entra in punta di piedi nelle famiglie, fa scricchiolare ricordi e convinzioni. In aula, cinquant’anni dopo, il lessico è asciutto: posizioni individuali, ruoli, responsabilità. Ma fuori, nelle panchine del corridoio, le parole sono altre: vergogna, sollievo, stanchezza.

Il giorno che cambiò tutto

Nelle cronache di allora c’è l’essenziale: un commando della sinistra armata, un rapimento lampo, un covo tra i vigneti, la reazione della Corteo dei Carabinieri chiamata a intervenire. Gancia venne liberato nel caos, tra ordini urlati e raffiche brevi. Le carte parlano di dinamiche ormai definite, ma non risolvono il nodo più complicato: come misurare, oggi, il peso di un gesto compiuto in un Paese molto diverso da quello di adesso?

La sentenza e le sue conseguenze

Il verdetto è arrivato in questi giorni. La Corte d’Assise ha condannato a sei anni Lauro Azzolini per i fatti di Cascina Spiotta. Per Renato Curcio e Mario Moretti, la Corte ha dichiarato la prescrizione dei reati contestati. Giuridicamente è una formula chiara: il tempo trascorso spegne la pretesa punitiva dello Stato. Moralmente, invece, resta una zona grigia che spacca i commenti in due. C’è chi la vive come una resa, chi come la conferma che il diritto non è vendetta, ma misura.

Il dispositivo, in attesa delle motivazioni, non aggiunge dettagli su ogni singolo passaggio operativo della sparatoria. Le responsabilità individuali sono state soppesate su documenti, testimonianze, e su ciò che è ancora valutabile a mezzo secolo di distanza. Sappiamo che le aule hanno ricomposto i ruoli nel quadro più largo della lotta armata e della sua catena di decisioni. Non tutti gli snodi sono cristallini: alcuni passaggi restano non verificabili oltre quanto già contenuto negli atti pubblici.

Fuori dal palazzo di giustizia, il Paese di oggi osserva quello di ieri. Le famiglie degli agenti caduti, i sopravvissuti, chi allora aveva vent’anni e chi non era ancora nato: tutti fanno i conti con la stessa parola, memoria. La sentenza su Cascina Spiotta non riscrive la storia, ma la rilegge ad alta voce, davanti a tutti. Ti chiede: quanto tempo serve per dire “è finita”? E soprattutto, dopo tanto silenzio, sappiamo ancora ascoltare?

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