Nella penombra della Cappella Paolina, sotto gli affreschi che raccontano coraggio e resa a Dio, una voce ha parlato di ferite e di futuro. Non di ricette rapide, ma di una speranza che si può toccare. Così si è chiusa l’ultima meditazione di Quaresima di monsignor Varden: una parola sobria, capace di riaprire il respiro.
Nel pomeriggio del 27 febbraio, alla Cappella Paolina, si è tenuta l’undicesima e ultima meditazione quaresimale per la Curia romana. Il predicatore, monsignor Varden (vescovo, monaco, scrittore), ha scelto un tema semplice e impegnativo: “Comunicare speranza”. Semplice, perché tutti capiamo la parola. Impegnativo, perché spesso la riduciamo a un incoraggiamento vuoto. Qui non è andata così.
Una nota di metodo, utile per chi segue: nei testi circolati compare la dicitura “Leone XIV”. Non esiste riscontro storico di un pontefice con questo nome; il dettaglio resta non confermato. Il resto è chiaro: luogo, data, impostazione. E soprattutto un taglio preciso, centrato su Cristo.
Mi ha colpito l’immagine di partenza: i notiziari che non mollano mai la presa. Precarietà, solitudini, rabbia. Secondo le stime più recenti, oltre 280 milioni di persone nel mondo convivono con la depressione. Non sono numeri lontani. Sono storie vicine. In questo quadro, parlare di guarigione può sembrare ingenuo. Ma Varden non promette anestesie. Propone una grammatica.
Le ferite che parlano
Ha indicato il cuore del Vangelo pasquale. Dopo la Passione e la Resurrezione, Gesù non nasconde le piaghe. Le mostra. Non per spettacolo. Per dire: “Qui passa la vita nuova”. Non è un dettaglio estetico. È una chiave. Le ferite non spariscono. Si trasformano. Diventano aperture. Da qui, il centro della meditazione arriva netto: nel Cristo risorto, le piaghe del mondo non solo “possono essere guarite”, ma possono “diventare fonti di guarigione spirituale”.
L’idea contrasta con l’istinto corrente. La società tende a rimuovere le “membra malate”: chi rallenta, chi cade, chi non produce abbastanza. Anche gli algoritmi fanno lo stesso: invisibilizzano il dolore. Ma la fede propone un altro movimento. Tenere lo sguardo sul punto ferito. Dargli tempo. Dargli casa. Qui, la guarigione non è eliminazione del problema. È relazione ricucita.
Ricordo una veglia in parrocchia. Una signora, vedova da un anno, portò in processione un foulard del marito. Lo teneva stretto. Nessuno ha detto niente. Ma in quel silenzio si è alzata una forza nuova. La ferita non è sparita. Ha iniziato a parlare. Ed è diventata carezza per altri.
Dalla liturgia alla vita quotidiana
Varden ha tradotto questa teologia in passi brevi. Tre gesti, alla portata di tutti:
Dare un nome alla piaga. “Sto male qui.” La chiarezza alleggerisce.
Chiedere compagnia. Una telefonata, un caffè, un banco di chiesa condiviso.
Trasformare la cicatrice in servizio. Chi ha attraversato un lutto sa consolare. Chi ha conosciuto una dipendenza sa ascoltare senza giudizio.
Il luogo non è casuale. La Cappella Paolina custodisce la Crocifissione di Pietro e la Conversione di Paolo. Due uomini spogliati. Due storie cambiate da un incontro. Dentro questa cornice, “comunicare speranza” è più di uno slogan. È dire con la vita: “Le tue piaghe non mi fanno paura”.
Non abbiamo dati certi su ogni dettaglio organizzativo di questo ciclo di meditazioni. Abbiamo però un’immagine limpida: mani che toccano piaghe e non arretrano. Forse oggi la missione dei credenti è questa postura. Tenera e ferma. Ti ci vedi? Riusciresti, domani, a non coprire la tua ferita ma a usarla come finestra da cui entra luce?





