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Annunci di lavoro: in Italia solo il 4% indica la retribuzione ma presto diventerà obbligatorio

Published by
Antonio Papa

Da una recente indagine a campione, è emerso che solo il 4% degli annunci di lavoro in Italia riporta dettagli in merito alla retribuzione. Tuttavia, la situazione è destinata a cambiare dopo una direttiva europea che obbliga a comunicare il trattamento economico già nell’annuncio di lavoro.

In attesa che le leggi italiane recepiscano i nuovi regolarmente europei, come fa un lavoratore a sapere se vale la pena rispondere a un annuncio di lavoro? Il rischio è quello di ritrovarsi davanti a un datore di lavoro che propone un contratto da fame, tanti straordinari che saranno pagati in nero senza i contributi pensionati quindi. La soluzione è quindi quella di consultare le opinioni su GoWork lasciate da lavoratori dipendenti che dispongono un quadro veritiero di quella che è la situazione lavorativa. Per conoscere le reali condizioni di lavoro, è un ottimo strumento che già tantissimi utilizzano.

Che cosa dice la direttiva europea

In Italia, tanto quanto in Spagna, gli annunci di lavoro spesso non hanno indicazioni in merito alla Ral, cioè la retribuzione annua lorda. Va un po’ meglio in Francia mentre la Germania è fanalino di coda. A mettere un po’ di ordine arriva la nuova direttiva dell’Unione Europea da recepire entro il 2026. Da quella data in poi, tutti gli annunci di lavoro negli Stati membri dell’UE dovranno indicare la retribuzione. Vale a dire che il candidato conosce questa informazione già prima del colloquio senza doverla chiedere.

Approvata dal Parlamento Europeo il 30 maggio scorso, la direttiva renderà obbligatorio per le aziende che aprono nuove posizioni comunicare la retribuzione annua lorda nelle offerte di lavoro. I singoli Stati hanno tempo due anni per recepire la direttiva con leggi interne poiché le singole direttive non hanno effetto nei singoli stati che devono legiferare in base a quanto stabilito dalla norma europea.

Quali sono i fini della direttiva

Garantire parità salariale è tra gli scopi principali della direttiva, a cui si aggiunge una maggiore trasparenza, mirata a combattere il gender pay gap. Si tratta della differenza retributiva tra uomini e donne che, a parità di mansione, ricevono uno stipendio diverso. Inoltre, la direttiva vieta al datore di lavoro di chiedere al candidato informazioni sulla retribuzione precedente. È una pratica che molte aziende usano per livellare la retribuzione e risparmiare sul costo del lavoro. È successo che diversi datori di lavoro decidessero il livello retributivo in base a chi si trovavano davanti al colloquio di lavoro. È una pratica che dovrà scomparire per rendere più trasparente il mercato del lavoro che, purtroppo, in Italia fatica a essere performativo.

Attenzione però che l’obbligo non è esteso a tutti i datori di lavoro ma solo per le aziende con una forza lavoro che conta più di 250 dipendenti che saranno costrette anche a pubblicare un report annuale sulle retribuzioni annue lorde. La direttiva dice che le aziende dovranno eliminare il gender pay gap, se la differenza tra la paga di un dipendente e una dipendente supera il 5%.

 

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